Tatalla - domenica, 26 ottobre 2008 - 19:08

Io, negli anni 80, sono passata dai dieci ai vent'anni. Un'epoca d'oro, praticamente, anche se a ventidue, ventitrè anni avrei detto: "Gli anni 80? Per carità!". Ma si sà, è il tempo che dà la giusta prospettiva per guardare al passato, e solo la distanza, spaziale e temporale, ricolloca al posto giusto i ricordi. Adesso che i miei ricordi di quegli anni sono sicuramente al posto giusto, dato che di anni, appunto, ne sono passati quasi venti, solo adesso mi rendo conto che li ho vissuti bene, e che mi sono entrati dentro, anche se non me ne accorgevo. Cosa me lo fa dire? La musica. E' una specie di incantesimo, o di maleficio, fate voi, ma appena sento qualcuna di quelle canzoni pop anni 80 che fanno gridare i critici all'orrore musicale, io mi sciolgo. Mi sciolgo, proprio: se sto in macchina e sto guidando io, mi fermo, accosto, e m'imbambolo ad ascoltare e canto sopra alle parole senza sapere che le so, tutte, a memoria. Se guida mio marito mi imbambolo ancora meglio, e fino a quando non è scomparsa dall'aria l'ultima nota non ascolto nè lui che mi parla nè mio figlio che mi chiede. "Sto" nel passato, e che nessuno osi disturbarmi.

Quindi, a tutti i nostalgici come me, voglio regalare tre minuti d'emozione, con la sensualissima voce di George Michael e i suoi sospiri per la bella tradita e, quindi, perduta. Ricordate?

www.youtube.com/watch

Tatalla - lunedì, 29 settembre 2008 - 10:17

 

Gemelli2b

"Per rendere meno faticoso il lavoro, impegnatevi a mostrare le vostre capacità....così riceverete complimenti gratificanti e farete un bel pieno di autostima".

Oggi farò ai miei pazienti delle interpretazioni che li stupiranno per la loro  acutezza e sagacia, sorriderò molto e così...farò il pieno di autostima!

Ma 'sti oroscopologi li pagano pure? Quasi quasi mi metto a fare l'oroscopologa pure io...Altro che rendere meno faticoso il lavoro, meglio sceglierselo per niente faticoso, come quello! Inventi due stupidaggini, e puoi sempre dire che è quello che dicono le stelle, mica tu!

Tatalla - lunedì, 15 settembre 2008 - 09:44

Leggo su Repubblica di oggi questo articolo sulle recenti dichiarazioni del Papa, Benedetto XVI, a proposito dei divorziati e delle unioni civili. Mi permetto di estrapolare qualche frase.

Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire 'a casa sua', e mai rifiutato".
Dice rivolgendosi ai vescovi francesi, i più restii ad accettare certi provvedimenti retrivi come il ritorno della messa in latino. Poi, poco dopo, dice:

La Chiesa deve opporsi alle leggi che favoriscono le unioni civili, attenendosi "con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio".

Ma come, "nessuno deve sentirsi rifiutato, senza eccezioni" ma combattiamo le unioni civili e "niente comunione ai divorziati", come sottotitola l'articolista?

Non faccio la comunione da quando avevo tredici anni, e nemmeno la farei, ma ho sposato (civilmente!) un divorziato, quindi non potrei comunque farla. Non che me ne importi un fico secco, perchè sono convinta che il mio rapporto con Dio non abbia bisogno di intermediari, ma si rende conto il Papa della contraddizione? Prima invita tutti, senza eccezioni, a riavvicinarsi alla Chiesa, e lo fa spesso con queste frasi, appunto,  piene di "tutti" e "senza eccezioni" e poi nega la comunione ai divorziati e ai loro "incolpevoli" coniugi.

Mi si dirà: se vuoi dichiararti cattolica, devi accettare le regole della Chiesa. Giusto, infatti da anni non mi ritengo nè dichiaro cattolica, ma una domanda continua da tempo a girarmi per la testa: il cattolico/la cattolica divorziato/a non per sua volontà ma per quella del/della coniuge, per poter continuare a fare la comunione (contento/a  lui/lei...) potrà solo sperare nell'annullamento della Sacra Rota?

E' questa la celebrata accoglienza della Chiesa, "a tutti, senza eccezioni"?

Tatalla - mercoledì, 20 agosto 2008 - 14:28

E' che io, l'estate, non la sopporto. Mettiamoci che vivo al mare, e appena finiscono le scuole...zàc! La mia cittadina placida e tranquilla si riempie di mamme/bambini/nonne e padri pendolari che m'intasano il treno delle otto (i padri, gli altri restano qui a intasarmi il parcheggio davanti allo studio dove io vado a lavorare. Loro, invece, parcheggiano lì perchè proprio lì c'è la spiaggia. Capito? Io vado a lavorare e non trovo parcheggio perchè ci stanno le macchine di quelli che sono andati a prendere il sole). Dici: "abiti al mare e ti lamenti? Finito il lavoro te ne vai in spiaggia". Già, ma io la spiaggia d'estate non la sopporto, perchè nemmeno riesci a vederla, talmente tante sono le persone che ci stanno sopra. E il rumore del mare? Come riesci a sentirlo, con i bambini che gridano, i ragazzotti che schiamazzano, le donne che pettegolano, gli uomini che giocano a pallone (e non sono tutti ventenni, almeno un certo piacere estetico di risulta ci sarebbe)? E il bagno? Per goderti un metro quadro di spazio personale devi oltrepassare il limite delle acque territoriali, e per uscire dall'acqua fare lo slalom tra bambini schizzanti, materassini fuori controllo, invasati che giocano a pallavolo e donne di mezza età che passeggiano nell'acqua sperando nel miracolo del massaggio idrico-salino...

E poi fa caldo. Un caldo che solo respirare diventa un lavoro, e di lavorare non ti va più.

L'unica soluzione sarebbe una bella migrazione al contrario: d'estate i romani corrono qui, e io me ne corro a Roma, dove almeno troverei solo i soliti due milioni di turisti che ci sono sempre, qualunque tempo faccia. Però non risolverei il problema del caldo, e se potessi permettermi di vivere tre mesi in albergo aria condizionata compresa, significherebbe che sono ricca e posso vivere in perfetta solitudine pure a casa mia, senza fare un cavolo dalla mattina alla sera e senza la necessità di andare a lavorare, fare la spesa e muovermi in una città assediata.

Vabbè, oggi mi sento veramente acida. Ho capito che la soluzione è una sola: aspettare che l'estate finisca, come al solito. Perchè finirà, prima o poi, e mi vedrete ballare in mezzo alla strada al primo diluvio di settembre!

Tatalla - sabato, 14 giugno 2008 - 10:26

costumi07 

Rivista di moda e attualità, una delle migliori sulla piazza, curata, con ottimi giornalisti, contenuti "forti", grafica ineccepibile. Sezione moda: costumi da bagno. C'è una sfilata di modelle fotografate in studio, di fronte, fotografie fatte apposta per poter vedere bene il costume, non come quelle immagini prese al volo o di sbieco che ti fanno vedere solo una macchia di colore, ma si sa, quella è arte...No, queste foto sono accurate, asettiche, le inquadrature fatte ad hoc per poter osservare bene e valutare il costume che la modella indossa. Guardo e guardo, e più guardo più mi sembra di star guardando dei manichini in una vetrina del centro. Mi torna in mente in catalogo "Postalmarket", che mia madre portava a casa quando io ero una ragazzina: era l'oggetto del desiderio di parecchi maschi miei coetanei, preadolescenti o poco più grandi. Le modelle, lì, erano donne vere, con le curve al punto giusto, un'onesta taglia quarantadue o quarantaquattro, alla portata dell'immaginazione delle clienti, o dei ragazzini succitati...Clienti, dicevamo, che potevano immaginare loro stesse con indosso quegli abiti senza tema di sembrare, al confronto, ridicole. Infatti si comprava un sacco su catalogo. Oggi chi se lo può più permettere? Comprare su catalogo e rischiare di vedersi arrivare a casa un micro abito che non starebbe bene nemmeno alla ragazzina del piano di sotto? Mai.

Insomma, guardando quelle modelle sulla rivista, ho pensato che se fossi stata un maschio non mi avrebbero smosso nemmeno un briciolo del mio patrimonio ormonale circolante. Nessuna minima reazione, giuro. Piatte come tavole da surf, davanti e dietro, gambe come stecchini, nemmeno un accenno di fianchi, spalle quadrate e puntute, ed erano quasi nude, addirittura. Dove è finita la sensualità? Di certo le modelle non sono più un suo emblema, poco ma sicuro. E a forza di guardare quegli stecchi dall'apparenza femminile, ho cominciato a pensare con affetto al mio corpo, decisamente più pieno (ci vuole poco), decisamente più morbido (ci vuole poco anche per questo), decisamente più sensuale (e non è poco).

Care modelle, continuate ad affamarvi per farvi piazzare sulle riviste di moda e sulle passerelle: noi donne vere non vi invidiamo più!

Evviva il catalogo Postalmarket!

Tatalla - venerdì, 25 aprile 2008 - 15:19

Alcuni dati: in Danimarca un neolaureato al primo impiego guadagna QUATTROMILA euro al mese, ed è la paga BASE. In Danimarca, se uno preferisce così, può lavorare anche di notte, invece che di giorno, o iniziare alle cinque del mattino per stare a pranzo con i figli. In Danimarca ci sono asili nido per TUTTI, e iniziano dai sei mesi di età del bambino. In Danimarca c'è il più alto tasso di occupazione femminile di tutta l'Europa, unito ad un altissimo tasso di natalità (e ci credo: dateci i nidi, e noi faremo figli continuando tranquillamente a lavorare!).

Questi dati vengono dall'ultimo numero de Il Venerdì di Repubblica, in edicola oggi. Dopo aver letto l'articolo, e anche durante, ho subito sentito sopraggiungere un attacco di ulcera. Ma vi rendete conto?

Che ci facciamo ancora qui? A sbattere la testa contro i muri lavorando gratis o per poche centinaia di euro al mese dopo anni e anni di scuola e formazione professionale, spesso ai livelli di master e specializzazioni di ogni sorta. Noi siamo QUALIFICATI, e all'estero ci mettono la guida rossa per terra. In Italia ci chiamano bamboccioni e spesso dobbiamo farci raccomandare anche per lavorare gratis, perchè "in fondo è un investimento, stai costruendo per il tuo futuro".

Che dite, a quasi quarant'anni, quando arriverà per noi 'sto benedetto futuro?

Tatalla - mercoledì, 16 aprile 2008 - 15:49

Ho paura di volare. Tanta. L'aereo è un piccolo miracolo, ti prende e ti deposita sotto altri cieli nel tempo che impiegheresti a fare cento chilometri  in macchina. Ma sta sospeso nell'aria, piccolo particolare, e la cosa mi terrorizza. Lo prendo, ma soffro, combatto contro il panico ad ogni minimo movimento che non mi sembra normale. Ebbene, come spesso faccio, ho chiesto aiuto alla Rete, e in un sito dedicato proprio a noi fifoni del volo, ho trovato una frase bellissima, che per la prima volta mi ha fatto pensare all'aereo non come ad una trappola volante, ma come ad una specie di creatura, meccanica sì, ma con un'anima.

"La corsa di decollo è una metamorfosi, una quantità di metallo che si trasforma in aeroplano per mezzo dell'aria. Ogni corsa di decollo è la nascita di un aeroplano."

Magari continuerò a lottare contro il panico ad ogni minimo movimento strano, ma penso che tutte le volte che l'aereo su cui viaggio si staccherà da terra, ripenserò a questa frase. E un po' della magia del volare entrerà anche nella mia anima impaurita.

Chi trema come me anche solo pensando di dover prendere un aereo, legga qui. Come una bella tazza di tè in un giorno storto, non risolve, ma aiuta.

Tatalla - giovedì, 13 marzo 2008 - 12:53

Ieri qualcuno mi ha chiesto: "Tu che per mestiere scavi nella mente delle persone, che le aiuti a capire quali sono i loro problemi e come risolverli, dimmi, secondo te, come sta andando il mondo?"

Oh Dio, e che ne so?

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Tatalla - martedì, 11 dicembre 2007 - 23:04

In questa quotidiana guerra tra poveri che tutti noi (almeno la maggior parte) sosteniamo ogni giorno per vivere e non sopravvivere, gli autotrasportatori sono tra i più poveri. Poveri di famiglia, di tempo, di sonno, di soddisfazioni e di denaro. Le accise sul carburante (che si intasca lo Stato, non dimentichiamolo) incidono sul nostro bilancio: figuriamoci quanto incidono sul loro, che col carburante ci lavorano! Chiedono un intervento dello Stato, che è il primo a guadagnare sul carburante, e gli si vieta anche un incontro.

E' vero, i supermercati si stanno sguarnendo, i distributori di benzina pure, ma loro che alternativa hanno? Sono privati, le uniche garanzie previdenziali e assicurative le pagano, e salate, di tasca loro. Ma sono loro che ci garantiscono la frutta e la verdura e il latte che arrivano sulla nostra tavola, e i detersivi che puliscono la nostra casa e i mobili che la arredano, e la benzina che fa muovere le nostre auto, che spesso potrebbero più proficuamente (per l'ambiente, se non altro) restarsene parcheggiate.

L'unico modo in cui si riesce a far sentire la propria voce, in questo paese ingiusto, in cui la forbice tra molto ricchi e molto poveri diventa sempre più netta, è lo sciopero. Provate a vivere senza il nostro lavoro, dicono i trasportatori, e vediamo come fate. Io sono dalla loro parte, anche se sarà difficile anche per me riununciare alla frutta e alla verdura e al latte (soprattutto per mio figlio...) e ai detersivi e alla benzina (anche se vado in treno e mi piace camminare).

Questo paese, volente o nolente, deve decidersi a cambiare. E dobbiamo essere noi per primi, che fatichiamo a vivere, e spesso sopravviviamo e basta, a dare il primo segnale.

Solidarietà a chi lavora, e con fatica, e non vede riconosciuti i propri sforzi, nemmeno per mantenere la sua famiglia. Uniti possiamo fare molto. L'uno contro l'altro, noi poveri, niente.

Tatalla - mercoledì, 31 ottobre 2007 - 22:21

Stasera, causa assenza del resto della famiglia, sono riuscita a guardare due puntate della serie del "famoso" dottor House. E sono rimasta schifata, inorridita, ammutolita (per poco), inebetita, sconvolta. Ma che accidenti è successo al mondo? Come può un essere cinico, senza traccia alcuna di compassione per il prossimo, senza empatia nè sensibilità, suscitare tante simpatie nel pubblico? Davvero vi piacerebbe essere "curati" da lui? C'è chi si danna per far comprendere ai nostri medici quanto sia importante il rapporto con il paziente, la comunicazione, il rispetto di chi soffre, e questa specie di mostro senz'anima spopola sulla nostra televisione? Davvero siete convinti, lo chiedo ovviamente agli ammiratori del succitato orrendo personaggio, che l'analisi spassionata e scientifica delle patologie sia sufficiente a salvarci la vita? Sapete quanti malati di cancro si sono salvati non solo grazie alle cure mediche, ma al sostegno, alla forza che professionisti dal cuore più grande del cervello hanno dato loro? Da dove accidenti viene tutto il successo di questa serie? Ditemi, vi prego. Dice House: "Vogliamo eliminare il contatto umano nella pratica della medicina". Il mio amico Gianni Grassi avrebbe parecchio da dire, in proposito. Peccato che non possa più farlo.

E' il solito, ormai conformista,  piacere di andare controcorrente, di dire peste e corna dei buoni sentimenti, dell'umana pietà per chi soffre? O devo pensare che questa nostra società sia ormai marcia fin nelle fondamenta, tanto da tributare onore e gloria a un emulo degli "scienziati" nazisti, solo perchè, ufficialmente, cerca di venire a capo dei misteri del corpo umano? Com-passione e passione per la scienza devono per forza escludersi a vicenda? Cari pazienti, alle prese con medici spietati e maleducati, insensibili e francamente stronzi, non vi lamentate più, per favore. Il pubblico televisivo vi boccerà come patetici, ridicoli piagnoni.

Se stessi per morire, e il dottor House mi salvasse la vita, penso proprio che, dopo averlo ringraziato,  gli sputerei in faccia.